Uno spettacolo che fonde la tradizione del teatro di narrazione con la comicità irriverente della stand-up e la ferocia politica del giullare medievale. Figlio bastardo di Dario Fo, Ecce Femina è un racconto crudele e attualissimo, narrato da un attore che, con la confidenza dei saltimbanchi e l’audacia dei buffoni, costruisce un mondo intero con voce, corpo e invenzione.
TESTO E REGIA
LUCA ZILOVICH
CON
FEDERICO FAURO
PRODUZIONE
TEATRO DELLA JUTA
DURATA
90 MINUTI CIRCA

Un giullare moderno trasforma la leggenda della Papessa Giovanna in un’arma comico-satirica: un bestiario di “cazzate” medievali per smascherare come la disinformazione diventa più vera della realtà, e come il potere si regge sul racconto.
Un solo attore attraversa sette personaggi e costruisce davanti agli spettatori la nascita di una “verità” che non deriva dai fatti, ma dal racconto: per accumulo, ripetizione, desiderio di appartenenza. La materia è la leggenda della Papessa Giovanna – una delle più celebri invenzioni narrative del Medioevo – usata non per “raccontare il Medioevo”, ma come lente deformante per leggere meccanismi contemporanei come la propaganda, il consenso, l’autorità e controllo del corpo.
Il linguaggio è dichiaratamente popolare: ritmo alto, trasformismo, chiarezza, relazione diretta col pubblico.
Ecce Femina non richiede un ascolto “colto”: lo produce.
La comicità non è un accessorio, ma l’arma con cui lo spettacolo avvicina e poi sposta lo sguardo. Si ride perché ci si riconosce; proprio lì si apre il dubbio: quanta parte della nostra realtà dipende da chi racconta, da come lo fa, e da quante volte lo ripete?

Lo spettacolo si apre con un caso contemporaneo, il Pizzagate, e pone la domanda: perché una storia inventata convince più dei fatti?
Da lì il giullare contemporaneo costruisce davanti al pubblico una “bugia perfetta” per mostrarne i meccanismi, e sceglie il Medioevo come laboratorio.
Evoca figure di potere e di propaganda che sanno trasformare parole, simboli e rituali in autorità indiscutibile. In questo mondo nasce la leggenda della Papessa Giovanna: una donna colta che, travestita da uomo, entra nella Chiesa, sale di grado e arriva fino al soglio pontificio. Finché non viene smascherata e diventa scandalo.
Il racconto si amplifica perché passa di bocca in bocca e perché viene “certificato” da chi scrive, fino a sembrare vero.
Nel frattempo lo spettacolo mostra la conseguenza politica: per paura di quella storia, l’istituzione inventa riti di controllo e verifica del corpo del papa.
A un certo punto il narratore si rende conto del paradosso: ripetendo la leggenda la sta rendendo più credibile, anche per sé.
Alla fin la Papessa viene rovesciata da mostro a simbolo, e resta la domanda bruciante: se la verità spesso vince per come è raccontata, chi ha in mano il racconto ha in mano il potere.
Ecce Femina nasce per spazi OFF: funziona in cortili, parchi, sale non teatrali e spazi pubblici senza quinte né fondali. Regge l’energia dell’aperto perché l’attore lavora in frontale e in relazione costante con gli spettatori.
È un titolo adatto a cartelloni diffusi e circuiti tra comuni: ha presa immediata, ma lascia una scia di pensiero dopo la risata.

Nel cuore del Medioevo – ma in realtà in un non-luogo teatrale, mentale, deformato – si racconta di Giovanna, una donna che si travestì da uomo e fu eletta Papa. Una leggenda? Una beffa? Una minaccia mai sopita? L’apparizione della Papessa scuote l’equilibrio della cristianità come un incubo collettivo. Non si sa se sia realmente esistita, ma la sua assenza pesa più di mille presenze.
La Papessa non si vede mai. Ma tutti ne parlano.
È la protagonista invisibile, narrata da una galleria di personaggi maschili che si danno il cambio sulla scena: papi invecchiati, monaci rinsecchiti, inquisitori isterici, cronisti vanitosi, popolani ciarlieri. Tutti interpretati dai due attori in scena, in un turbine di cambi vocali, fisici e linguistici. Insieme, danno corpo a una drammaturgia dialogata: complice e contraltare, buffone e testimone, antagonista e alleato.
Lo spettacolo rievoca le sacre rappresentazioni popolari e le giullarate medievali, in cui sacro e profano si mescolano senza pudore. È un rito laico e teatrale, dove il corpo dell’attore si fa moltiplicazione di voci, e la parola si fa carne, risata, bestemmia e profezia. Un’eredità diretta del teatro di Dario Fo, che prende la forma del racconto orale, del grammelot, della parodia feroce.
Un meccanismo di continua decostruzione in cui la storia viene smontata e rimontata scena dopo scena, versione dopo versione. La leggenda antica viene usata, abusata, messa in dubbio, deformata e infine restituita al pubblico come uno specchio inquieto del nostro presente.
Il palco diventa piazza, pulpito, soglia tra mondo alto e basso, tra il mito e la farsa. Il giullare postmoderno non insegna, non spiega: evoca, traveste, mette in crisi. E lo fa con l’arma più antica – e pericolosa – che abbiamo: il riso.


Il linguaggio dello spettacolo è una miscela viva e irriverente, un impasto sonoro che cambia forma scena dopo scena. L’italiano contemporaneo si intreccia con parlate e dialetti che sbucano improvvisi come schiaffi, con il grammelot che storpia, gioca e reinventa, e con un latino maccheronico che fa il verso ai dotti e alle liturgie. Una lingua bastarda e teatrale, che non cerca l’eleganza ma l’efficacia e il ritmo. Un linguaggio che si adatta ai personaggi e li deforma, che confonde i registri e manda in corto circuito le certezze del pubblico. Perché anche la lingua, come il potere, è una maschera che si può indossare, togliere e ribaltare.
Una partitura fluida che cambia con i personaggi, con l’epoca, con lo stato d’animo. Il testo nasce in prova, in un continuo dialogo tra attori e regia. Non è mai fisso: ogni replica è un possibile sabotaggio della precedente.
Il tono è satirico, ma mai solo comico.
Il riso serve a scoprire il rimosso. Le maschere sono ridicole, ma profondamente tragiche. La risata è il cavallo di Troia per far entrare la domanda: chi ha il diritto di raccontare una storia? Chi viene escluso dalla narrazione?
La Papessa è un corpo senza voce, un mito cucito su misura per esorcizzare la paura del femminile.
Il suo essere donna viene prima nascosto, poi rivelato e infine punito. Il suo corpo viene prima camuffato, poi esposto, poi espulso. La sua storia è costruita da uomini per dire agli altri uomini cosa non deve accadere. Ma proprio per questo, la Papessa è una bomba semantica. Una minaccia mai del tutto neutralizzata.
In questa chiave, Ecce Femina è anche una potente metafora queer: Giovanna sovverte le regole del genere, attraversa la linea dell’identità, performa un ruolo che le è stato negato. Il suo gesto, radicale e pericoloso, riecheggia la lotta delle soggettività queer per la visibilità, l’autonomia, la riscrittura della norma.
Il Medioevo è lo specchio grottesco del nostro presente.
Un mondo oscuro dove il potere spirituale serve a mantenere quello materiale. Un sistema che non sa rinnovarsi. Un meccanismo che punisce chi lo smaschera. È per questo che raccontiamo oggi la leggenda della Papessa: perché, sotto la sua tonaca, batte ancora il cuore di un problema irrisolto.
